WAR – La frottola della censura dei conservatori – 07/08/2021

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(Credits: Unsplash)

Le grandi piattaforme di social media sopprimono ingiustamente le voci conservatrici? Da quando, nel 2016, degli ex dipendenti di Facebook hanno paventato la possibilità che alcuni news curators che lavoravano per l’ormai defunta funzione Notizie in tendenza della piattaforma ignorassero volutamente articoli provenienti da testate di destra, questo mito non ha fatto che propagarsi. L’ex presidente Usa Donald Trump ha giocato con questa convinzione per anni – ben prima di essere bandito dai principali social network in seguito all’attacco al Congresso del 6 gennaio – cavalcando spesso, su Twitter e nei propri discorsi, l’onda di indignazione conservatrice contro delle compagnie che avrebbero “il potere incontrollato di censurare, restringere, editare, modificare, nascondere e alterare praticamente ogni forma di comunicazione”. 

La verità, come sempre accade, è un po’ più complessa – e confligge con la convinzione, condivisa dal 90% dei repubblicani statunitensi (e non si sa da quanti altri nel mondo) che le tech company censurino intenzionalmente le posizioni conservatrici. Uno studio approfondito del Center for Business and Human Rights della New York University, pubblicato a inizio 2021, mostra infatti non solo che non c’è alcuna prova del fatto che i grandi social network sopprimano sistematicamente i contenuti di destra, ma anche che, al contrario, ha amplificato a dismisura le voci conservatrici, portandole a raggiungere un pubblico senza precedenti. A ciò si aggiunge il fatto che i vari Ceo delle grandi compagnie della Silicon Valley hanno più volte partecipato a incontri privati con esponenti importanti della destra statunitense proprio per mostrarsi attenti alle loro istanze.

La convinzione che esista una discriminazione anticonservatrice è di per sé una forma di disinformazione, una falsità senza prove affidabili a sostenerla”, conclude il rapporto. “Nessuno studio affidabile su larga scala ha determinato che i contenuti conservatori vengano rimossi per ragioni ideologiche o che le ricerche vengano manipolate per favorire gli interessi liberali”.

Una conclusione che non sembra interessare al numero crescente di “democrazie imperfette” – per usare la terminologia del Democracy Index – che negli ultimi mesi hanno cominciato ad introdurre leggi che intendono punire le piattaforme per questo inesistente bias anti-conservatore. A febbraio, un parlamentare brasiliano appartenente al partito di estrema destra Partido Social Liberal ha presentato un disegno di legge che mira a punire legalmente i moderatori delle grandi piattaforme che rimuovono contenuti, bannano profili o segnalano post, sostanzialmente per impedire loro di esercitare attività editoriali. Soltanto qualche giorno dopo, Jair Bolsonaro stesso minacciava di sanzionare Facebook per via della rimozione di alcuni contenuti dal proprio account – approfittandone anche per attaccare la stampa, dicendo che “la cosa giusta da fare” sarebbe piuttosto rimuovere i post dei principali media brasiliani.

Ancora più diretto l’approccio di Ungheria e Polonia. Già a dicembre 2020, il ministro della Giustizia polacco aveva annunciato di star lavorando a un disegno di legge “volto a rafforzare la libertà di parola degli utenti di internet”, proteggendoli dagli “abusi di gigantesche società di internet”, che ha accusato apertamente di censura. La bozza è stata pubblicata a febbraio, dopo l’espulsione di Trump da Facebook e Twitter, e vuole riscrivere le procedure di rimozione dei contenuti che violano gli standard delle piattaforme: il disegno di legge, infatti, istituirebbe un organismo statale chiamato Consiglio per la libertà di espressione, a cui fare appello in caso la rimozione di un proprio post sia considerata ingiusta. Se le piattaforme dovessero rifiutarsi di seguire le indicazioni del Consiglio, potrebbero essere multate fino a 11 milioni di euro. Le ragioni del governo polacco sono state rese evidenti da Sebastian Kaleta, viceministro della giustizia polacco, secondo cui “i moderatori anonimi dei social media spesso censurano opinioni che non violano la legge ma che criticano soltanto l’agenda della sinistra. Stiamo cercando di proteggere i nostri cittadini dalla loro censura”. Altrettanto chiaro è stato il primo ministro Mateusz Morawiecki, secondo cui la legge è necessaria perché le piattaforme “hanno introdotto dei propri standard di politically correctness e combattono chi vi si oppone”.

Va ancora più in là la ministra della Giustizia ungherese Judit Varga, che ha a sua volta cominciato a lavorare a misure che combattano questo famigerato bias anticonservatore. Per dirla con il Financial Times, “mentre molti paesi dell’Europa occidentale stanno cercando di combattere la diffusione della retorica violenta di estrema destra o estremista basata sulla religione, gli stati dell’Europa orientale affermano di essere intenti a combattere quella che la Varga ha definito una censura deliberata e ideologica sui social media”. Secondo Varga, le piattaforme limiterebbero attivamente “la visibilità di opinioni cristiane, conservatrici e di destra”, manipolando così le elezioni. Sorvoliamo sull’ironia del fatto che in tutti i casi finora noti di manipolazione delle elezioni passate anche attraverso i social network, dagli Stati Uniti alla Brexit, a vincere è stata proprio la destra.

Leggi simili suonano quanto meno in malafede alla luce degli obiettivi assist che i social network continuano a dare da anni alla destra internazionale. Ma questo non vuol certo dire che le attuali pratiche di moderazione dei contenuti online non siano ampiamente migliorabili. Per Paul Barrett, autore del report della New York University, il progresso passa però per una maggiore, effettiva trasparenza attorno alle politiche di moderazione, accompagnata da un maggior numero di moderatori umani (e non algoritmici) e funzioni che permettano agli utenti di decidere quanto stringente vogliono che sia la moderazione dei contenuti che vedono – come ha fatto di recente Instagram. “Solo mettendo dietro di noi certe false convinzioni possiamo iniziare a perseguire seriamente quell’agenda”ha concluso.

WAR – La Nigeria, Twitter e la repressione del dissenso – 12/06/2021

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Nel 2016, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approvò una risoluzione non vincolante che sottolineava come “gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti anche online”. Nel mirino della risoluzione c’era la crescente tendenza, da parte di governi più o meno autoritari, a limitare l’accesso a internet dei propri cittadini, interrompendo le connessioni o bloccando interi siti. 

Per amara ironia delle istituzioni internazionali, tra i promotori della risoluzione c’era la Nigeria dell’allora neoeletto Muhammadu Buhari, che oggi sui diritti (digitali e non) dei propri cittadini sembra avere tutta un’altra opinione. Il 4 giugno, da un momento all’altro, il governo di Buhari ha deciso di bandire con effetto immediato Twitter dal proprio paese. La scelta, improvvisa ma in linea con l’erosione della libertà d’espressione osservata in Nigeria negli ultimi anni, è arrivata dopo che Twitter ha rimosso un post del presidente su alcuni disordini che stanno interessando il sud-est del paese, già teatro di una sanguinosa guerra civile tra 1967 e 1970, a cui partecipò lo stesso Buhari come comandante dell’esercito nigeriano. “Molti di quelli che si stanno comportando male oggi sono troppo giovani per comprendere la distruzione e la perdita di vite umane della guerra civile”, ha scritto l’ex militare. “Ma noi che in guerra ci siamo stati li tratteremo in modo che capiscano”. Considerato che in molti ricordano l’uccisione sistematica e intenzionale delle persone di minoranza etnica Igbo prima e durante il conflitto come un tentativo di genocidio, il tweet di Buhari ha allarmato moltissimi osservatori, portando infine Twitter a decidere di rimuoverlo in base al regolamento sui “comportamenti abusivi” sulla piattaforma.

La rimozione sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per il governo nigeriano, che dal 2019 lavora ad un progetto di legge che renderebbe possibile punire chiunque pubblichi contenuti “che minacciano la sicurezza nazionale” o che “potrebbero diminuire la fiducia del pubblico nel governo” sui social. Al contrario dell’India di Modi, che sta cercando di far piegare le grandi piattaforme della Silicon Valley con atti intimidatori e leggi sempre più repressive senza però decidersi a bandirle come ha fatto invece per social cinesi come TikTok, Buhari ha optato per l’opzione nucleare. 

In Nigeria Twitter conta 40 milioni di utenti. Come in gran parte del resto del mondo, ha un’influenza sproporzionata sull’opinione pubblica nazionale rispetto alla propria taglia perché è il social preferito da giornalisti, accademici e attivisti. Non a caso, è su questa piattaforma che nell’ottobre 2020 sono rimbalzate le notizie sul crescente movimento di protesta contro le violenze della polizia nigeriana #EndSARS, che ha creato senza dubbio più di un grattacapo al governo. Per giustificare la scelta, il ministro dell’Informazione e della cultura nigeriano ha citato “l’uso persistente della piattaforma per attività in grado di minare l’esistenza della Nigeria”, e le istituzioni si starebbero attrezzando per punire chi riesce comunque ad accedervi grazie a Vpn. La National Broadcasting Commission ha anche ordinato a tutte le stazioni di smettere di usare Twitter, minacciando di sospendere la loro licenza in caso contrario e affermando che “sarebbe antipatriottico per qualsiasi emittente in Nigeria continuare a patrocinare Twitter come fonte di informazioni dopo che è stato sospeso”.

Ottima cartina tornasole della gravità dell’accaduto è il commento di Donald Trump, che si è congratulato con Buhari per la propria decisione: “Più paesi dovrebbero vietare Twitter e Facebook perché non consentono discussioni libere e aperte – tutte le voci dovrebbero essere ascoltate”. L’ex presidente, bandito da Twitter a vita e da Facebook almeno per due anni, ha poi aggiunto: “Forse avrei dovuto farlo anch’io mentre ero presidente. Ma Zuckerberg continuava a chiamarmi e a venire a cena alla Casa Bianca dicendomi quanto fossi bravo”. Naturalmente, checché ne dica Trump, il diritto umano fondamentale all’espressione (che è protetto dalla Costituzione nigeriana alla sezione 39) dovrebbe protegge le persone dalla censura non di aziende private, ma governativa. Proprio quella censura che ha portato la Nigeria a restringere l’accesso prima a siti dell’opposizione, come quello del gruppo Feminist Coalition, e ora a Twitter. 

Il 6 giugno, le ambasciate di Canada, Unione Europea, Irlanda, Regno Unito e Stati Uniti hanno condannato la decisione, sottolineando che misure simili “inibiscono l’accesso alle informazioni proprio in un momento in cui la Nigeria ha bisogno favorire il dialogo inclusivo e l’espressione delle opinioni”. Non che servisse ribadirlo: un rappresentante del paese doveva pur essere presente quando è stata approvata quella famosa risoluzione non vincolante tra le stanze dell’Onu, cinque anni fa.

La scelta di questi giorni ha svuotato da un giorno all’altro un’enorme piazza in cui la cittadinanza si trovava a chiedere alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità, senza nemmeno bisogno di alzare un manganello. E, come è spesso il caso anche per le violazioni dei diritti umani più clamorose, senza possibilità d’appello.