WAR – Cyberbalcani – 21/05/2021

⚠️ L’articolo seguente è apparso per la prima volta su WAR, newsletter settimanale che scrivo insieme a Gabriele Cruciata e Simone Fontana per Wired Italia. Per leggere le nuove puntate ogni settimana, potete iscrivervi qui. ⚠️

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Come scoppiano le polveriere.

Soltanto negli ultimi dieci giorni, mentre tra la Striscia di Gaza e Israele tornavano a volare i missili e le tensioni raggiungevano livelli inediti, il procuratore generale israeliano ha chiesto a Facebook, TikTok, Instagram, Twitter e YouTube di rimuovere almeno 1340 “contenuti terroristici” per ragioni di sicurezza interna. 

Poche settimane prima, il primo ministro dell’India Narendra Modi tornava a intimare le piattaforme di rimuovere contenuti critici della gestione della pandemia da parte del suo governo, nascondendosi dietro all’idea che generassero “panico attorno alla situazione nel paese”, dopo che già all’inizio dell’anno si era scontrato con Twitter, arrivando a minacciare di bandire la compagnia dall’India. 

E, dall’Unione europea agli Stati Uniti, anche da un punto di vista legale si prospettano mesi durissimi per le grandi compagnie della Silicon Valley, assediate da disegni di legge e procedimenti che sperano di erodere il loro strapotere.

Insomma: per primo c’è arrivato il governo cinese, che già negli anni Novanta ha cominciato a cercare un modo di impedire ai propri cittadini di accedere all’infinità di informazioni che era possibile trovare online. Ma ogni giorno che passa, il campo delle istituzioni tradizionali che si svegliano da un lungo sonno, si rendono conto di aver sottovalutato la forza delle piattaforme digitali e cercano di riaffermare il proprio potere si affolla un po’ di più. Anche perché, come ha spiegato Adam Segal del Center on Foreign Relations, “l’internet libero e aperto sembra avvantaggiare un po’ troppo gli interessi economici e di sicurezza statunitensi”.


Nell’utopia immaginata dai primi pionieri digitali, però, non doveva andare così: il web doveva fuggire dalle logiche geopolitiche e permettere a chiunque di accedere all’interezza dello scibile umano. Nel 1996, nella sua storica Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio, uno dei membri fondatori della Electronic Frontier Foundation, John Perry Barlow, si riferiva ai governi come a “stanchi giganti di carne e acciaio”, chiedendo loro di lasciare stare i cittadini del cyberspazio. “Stiamo creando un mondo in cui tutti possono entrare senza privilegi o pregiudizi accordati dalla razza, dal potere economico, dalla forza militare o dalla stazione di nascita”, scriveva Barlow. “Stiamo creando un mondo in cui chiunque, ovunque possa esprimere le proprie convinzioni, anche le più singolari, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo. I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi. Sono tutti basati sulla materia. E qui non c’è materia”. 

Venticinque anni dopo, quegli stanchi giganti di carne e acciaio la pensano in modo molto differente. E sembrano avere sempre meno paura del caos che potrebbe emergerne. 

Attivisti ed esperti lo chiamano splinternet. Un altro nome, più evocativo, è cyberbalcanizzazione – rifacendosi al termine utilizzato dagli studiosi di relazioni internazionali per parlare della disintegrazione degli Stati multietnici in entità politiche più piccole, accompagnata spesso da violenza e autoritarismo. A ben guardare, la salute dell’internet globale oggi non è poi molto migliore di quella della Jugoslavia dopo la morte di Tito, pronta a sfaldarsi lungo faglie nazionali, politiche o religiose. 

Dalla Cina del Grande firewall agli Stati Uniti che minacciano di bandire TikTok per ragioni neanche tanto nascostamente geopolitiche, la frammentazione dell’internet globale in una serie di internet più piccoli, amministrati a livello nazionale, allineati lungo i confini geopolitici è già realtà. Ad accelerare questo sfaldamento sono tecnonazionalismi, ragioni commerciali e legali, interessi nazionali divergenti, la necessità di proteggere i preziosi dati dei propri cittadini o di controllarli. Da un punto di vista pratico, un mondo in cui l’accesso ai servizi e alle informazioni online è determinato dal governo sotto cui si vive. Con conseguenze inquietanti per il libero accesso alle informazioni, la libertà di espressione e la sorveglianza governativa, ma anche per quella parte del commercio globale che dipende ormai dal web. 

Insomma, ci stiamo dolorosamente svegliando dal sogno che ha accompagnato gli attivisti digitali fin dal secolo scorso. Scoprendo che, nella pratica, la fisicità che sta dietro alla rete – i cavi, i server, i ricetrasmettitori, le sedi delle compagnie e i loro dipendenti – ne fa l’ennesimo campo di battaglia su cui si gioca una partita geopolitica globale senza esclusione di colpi, che passa dai razzi di Israele e Palestina e arriva in ogni angolo del mondo in cui c’è uno smartphone pronto a connettersi.